mercoledì 30 maggio 2012

Stella d'Italia - Il braccio "dal" Salento



Esperienze Una “Stella” in cammino per l’Italia: da Nord a Sud, la follia di Antonio Moresco.

L’itinerario tocca anche la Puglia e il Salento: partenza da Santa Maria di Leuca prevista per  sabato, 2 giugno, alle 7.30.  il giorno della festa della Repubblica per attraversare un Sud che, quel 2 giugno 1946, votò in maggioranza per la monarchia.

Ricucire la Penisola
Eliana FORCIGNANÒ

È intrinseca nell’atto del camminare una polisemia che, talvolta, sfugge agli occhi di chi intende i piedi soltanto come un mezzo di spostamento da un luogo a un altro, attribuendo maggior importanza alla destinazione piuttosto che al percorso da seguire.

Simbologia del cammino
La fretta è perfida consigliera, considerando la sua azione mistificatrice dell’atto in favore dell’ottenimento di un risultato: non importa, in altre parole, la scelta di un itinerario, la compagnia con la quale si cammina, le osservazioni e le azioni compiute durante la via, perché l’intento precipuo di chi muove i piedi senza nemmeno rendersene conto è quello di arrivare da qualcuno o da qualche parte.
Per tali motivi – fretta, superficialità, timore di sovvertire le regole – è a dir poco folle il progetto “Stella d’Italia” ideato e proposto già lo scorso anno, anche se con un itinerario differente, dallo scrittore Antonio Moresco e dall’associazione “Il primo amore”: un cammino che prende avvio dai quattro punti cardinali e attraversa l’Italia, disegnando i bracci di una stella. Punto di convergenza e d’incontro dei camminatori sarà L’Aquila, città simbolo del desiderio di rinascita e di ricostruzione che anima, o dovrebbe animare, non solo quanti partecipano all’iniziativa (700 persone nell’edizione del 2011!), bensì l’intera società civile, sebbene ricorrere a questa espressione sembri antiquato e pleonastico (esiste ancora una società civile o è polverizzata nei meandri del qualunquismo e del particolarismo?). Durante le tappe di sosta, racconto e raccolta delle esperienze dei camminatori.
L’itinerario tocca anche la Puglia e il Salento: partenza da Santa Maria di Leuca prevista per questo sabato, 2 giugno, alle 7.30. Non è casuale che sia stato scelto il giorno della festa della Repubblica per attraversare un Sud che, quel 2 giugno 1946, votò in maggioranza per la monarchia.
Antonio Moresco, ideatore e promotore del progetto, non ha bisogno di presentazioni: per lui parlano “I canti del caos” (Mondadori, 2010), opera monumentale su cui si sprecano gli aggettivi e che, invece, è semplicemente alta letteratura, come non se ne vedeva da tempo. Leggere “I canti” significa addentrarsi in un macrocosmo di vissuti consci e inconsci nell’àmbito dei quali non esiste un vero protagonista nel senso orizzontale e compartimentale del termine. L’uomo che, camminando, s’incontra per la strada, diviene, anche solo per un istante, protagonista, ossia “primo agone”, agente sul palcoscenico dell’esistenza per il tramite del proprio corpo senziente e fortemente desiderante.

Un «cammino di menti e di corpi»
Schopenhauer afferma nel “Die Welte als Wille und Vorstellung” che il corpo è lo spazio oggettivato della volontà di vivere: attraverso il corpo, infatti, si manifestano gli istinti di riproduzione e, dunque, la condanna a esistere della specie umana, la cui pratica della virtù non coincide mai con la felicità. Questo i manuali di liceo chiamano pessimismo, evitando di tradire la realtà, comune a certo pensiero ascetico, della svalutazione del corpo. Benché molti critici potrebbero dissentire su una simile interpretazione, va riconosciuto che quella di Schopenhauer è una forma di religiosità sublimata dalla quale è opportuno rifuggire. Si dovrebbe aver paura di un corpo soltanto quando esso è privo dei processi vitali, quando non cammina, intendendo per cammino quello che si compie per mezzo dei piedi, ma anche con la mente e con l’intuito. «Cammino di menti e di corpi», dice giustamente Moresco.
Il corpo umano è pari a un elemento chimico instabile che, camminando, produce e trasmette energia nucleare, nel senso che essa proviene da quel nucleo senziente e desiderante che è l’unità biopsichica. Se, in chimica, questo processo viene detto “dimezzamento”, nell’àmbito del biopsichismo, sarebbe più corretto chiamarlo “moltiplicazione”, perché l’energia che si sprigiona dal cammino è in grado di richiamare altre energie che costellano l’aura dalla quale i camminatori sono circondati. Che si tratti di un’aura positiva o negativa non dipende soltanto dalla destinazione del cammino, ma dagli incontri che avvengono in itinere e dallo stato in cui i camminatori si trovano: propizio è lo stato di “adorazione” del quale parla Moresco nel recente editoriale che accompagna l’uscita della rivista “Il primo amore”. L’adorazione è uno stato – uno stato dinamico se è concesso l’ossimoro – tendente a fusione, moltiplicazione e trascinamento. Due gli esempi citati dallo scrittore per chiarire le sue parole: Masaccio e Teresa d’Avila. Masaccio, come lo descrive il Vasari, è quel tipo trascurato e solitario che trascina gli allievi pittori delle migliori scuole di Firenze a osservare il suo lavoro per apprendere e qui basti un nome su tutti: Michelangelo.

Lo stato fusionale
Teresa d’Avila è la testimonianza, agli occhi di Moresco, di quelle che appaiono con evidenza e di là da ogni interpretazione afferente alla psicoanalisi «le forze e le possibilità che attraversano i movimenti dell’universo e la nostra stessa materia e le sue proiezioni e prefigurazioni anche spirituali e mentali». Sono queste forze che ci inducono a camminare, che ci attraggono verso qualcosa che non è la meta, bensì uno stato fusionale con il cammino stesso. Chi s’intenda anche soltanto un po’ di chimica è consapevole dell’esistenza di due processi nucleari: la fissione, potenzialmente pericolosa perché nasce dalla divisione di nuclei estremamente pesanti, e la fusione che, invece, si compie mediante l’aggregazione di nuclei leggeri d’idrogeno costituenti il gas elio, in breve si tratta del processo che avviene nel sole e che l’uomo non è ancora in grado di riprodurre se non in laboratorio, a temperature altissime.
Questa tipologia di processo nucleare – la fusione – dovrebbe interessare anche l’unità biopsichica, poiché esso prevede aggregazione e formazione di un nuovo elemento. Camminare non è soltanto guardare la propria ombra proiettata sul muro a mezzogiorno, bensì constatare l’effetto che due ombre accostate e in movimento, in transito, realizzano. Se poi dall’ombra si passa al corpo di sangue, carne e ossa l’effetto è ancora più potente.

Dai Machiguenga agli Ebrei per riflettere
E, forse, salvifico, come testimonia il mito degli Indios “machiguenga” dell’Amazzonia, i quali, in un’epoca imprecisata del mondo, cominciarono a camminare per sostenere il sole ed evitarne la caduta. I machiguenga – racconta Vargas Llosa nel suo romanzo intitolato “Il narratore ambulante” – dovettero, per poter camminare, farsi leggeri, ossia abbandonare le pelli che avevano cacciato, le recinzioni che avevano costruito, gli utensili che avevano fabbricato, portando soltanto le armi necessarie per procurarsi il cibo. Camminarono a lungo sostenuti da una ferma volontà, finché il sole smise di cadere, ma tutte le volte che essi sostavano troppo in un luogo, la stella ricominciava ad abbassarsi sull’orizzonte ed era necessario riprendere il cammino. Ancora oggi gli Indios machiguenga della foresta amazzonica continuano a camminare. La loro mitologia prefigura il racconto veterotestamentario dell’esodo degli Ebrei dall’Egitto che attraversarono camminando persino il Mar Rosso per sfuggire alla condizione d’iniqua schiavitù in cui erano ridotti.
Anche oggi il sole cade e la schiavitù impera: potrà salvarci un nuovo cammino?

martedì 22 maggio 2012

La storia siamo ahinoi!




Appuntamenti La sera di venerdì 25 maggio, a Villa Elena in via Calore n. 6, a Lecce, la presentazione del libro “La storia siamo ahinoi” e del cd “Ergo sum Anima Lunae”, realizzato da Beppe Elia con la complicità di Mino Toriano (Città Futura Edizioni).

La storia siamo ahinoi!
Vito Antonio CONTE

Si può dire soltanto quel che si è vissuto. Si deve scrivere solo quel che si sa. Preferibilmente, di quel ch’è d’intorno. Tutto il resto è ciarpame. O altro. Che, come (spesso) mi piace intercalare, non dirò. Non scriverò. Non ora. Non qui. Al semaforo, stamane, non c’era nessuno.
Il “Tempo” è un fazzoletto di carta che non basta a asciugare lacrime e rabbia. I giardini sono vuoti. Le chiese sono piene. Sempre meno gente che va. Sempre più gente che sta. Sulla panchina un vecchio guarda l’altalena ferma. Non so chi è più assente dei tre. Nella sua casa un prete sgrana gli occhi su persone e cose riempiendosi la bocca di stronzate senza senso. Molto temporali. Comprendo di più che il sacro è altrove. E che la democrazia cristiana è dura a morire. Le metamorfosi rendono impari la lotta. Chi è il nemico? Dell’antico furore rimane qualche canzone. Che quasi nessuno ascolta più. Le pallottole son tornate a fischiare. A colpire gambe e pensieri. Ma non erano mai finite. La morte arriva a sedici anni. E a molto meno. Ma questa è vicina. E non è eroina. Lo sballo è al centro della Terra. Troppi veleni le abbiamo fatto ingoiare. S’aprono le strade e crollano sogni. Oggi il vento spazza via tutte le cazzate che ho letto in questi giorni. Esibitevi pure. Continuate a farlo. Mostrate i vostri viaggi del cazzo. Postate fotografie senz’anima. Apparite. Commentate. Saziate di parole il vostro ego senza fondo. Spot dopo spot. Fottetevi. Il pozzo del mio malessere è giunto sino all’orlo. Ho bisogno di silenzio. E di un po’ d’amore. Sono fortunato. Le volte di questa stanza sono alte. Si può respirare. La pioggia mattutina porta il sale e scioglie l’amaro. Come una canzone. Anche se il tempo delle ciliegie non tornerà. Specialmente per chi, come me, era poco più che un bambino. E delle ciliegie ne ha fatto versi.
***
Cerco - allora - di ascoltarne l’eco, assaporando questo maggio, che delle ciliegie è la stagione. Io non c’ero in quell’altra stagione. Esistevo, ma non ero lì… Iniziava il 1970. Intanto che arrivavano le mie nove lune, piansi due volte. La prima perché l’unica nonna conosciuta se ne volava via. La seconda perché battemmo i crucchi quattro a tre nella terra di Emiliano Zapata. Ma della rivoluzione e di mille altre cose non sapevo nulla. Ero un bambino. E lo ero ancora quando nacque a Lecce “La mela d’oro”. Per me la musica (quella vera, quella che aprì un altro mondo, quella che ancora cammina…) cominciò nel 1975: la “Mivar” inondò il prolungamento di via Solferino (dove abitavo, un luogo che si faceva fatica a capire se fosse San Pietro in Lama o Lequile) con le note di “Ma il cielo è sempre più blu” (ancora oggi Rino Gaetano mi fa cantare…). “Un giorno credi” (Edoardo Bennato, riscoperto nel 1992 come Joe Sarnataro, insieme ai Bleu Stuff), di un paio d’anni prima, non l’avevo ancora ascoltata. Né l’ascoltai quando - con quella canzone - iniziò a trasmettere “Radio Lecce Giovane” (qualche anno dopo da “Spazio Radio” - se mal non ricordo - il mio amico Maurizio Caruso selezionava “Do you remember… September” degli Earth Wind and Fire…). Quante volte mi sono svegliato e ho dovuto cominciare da zero? Tutte le volte che (per un motivo qualsiasi) mi sono perso qualcosa o qualcuno!
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Non ho conosciuto Toni Robertini, né Emanuele De Rosa, né tanti altri. Né tante cose. Tante altre cose. E, allora, come faccio a parlarne? Come mi permetto di inchiostrare fogli? Ho girato a lungo sulla “rete”. Ho ascoltato tutti i pezzi de “La mela d’oro”, dei “Band Aid” e dei “Forum” che sono su YouTube. Sempre su YouTube ho guardato i filmati del “Teatro Infantile” di Lecce. Ho ascoltato le parole di chi quel periodo ha vissuto e, grazie a dio, ancora c’è. Ho ripensato alla musica live, ascoltata qualche lustro dopo, di alcuni di quei musici che quell’esperienza hanno fatto.
Ho amato (e amo) il free jazz. Ho rivisto l’Edoardo passare sotto il mio liceo coi suoi rotoli di carta colorata e l’ho rivisto sputare sangue portoghese sui gradini dell’ignoranza diffusa a Lecce tra cattedrali e “faugnu”. Ma preferisco ricordarlo quando disse alla Paola “ce beddha ucca russa ca tieni…”. Ho ripensato alla vespa blu e alla salita di Rudiae, intanto che nel notturno indaco le stelle sopra noi erano spente. Le ho riviste accendersi tutte nel silenzio dei grilli. E ho rivisto quella meraviglia di Hi-Fi nella casa del centro storico di Antonio in una delle rare “nargiate” con le note che non ricordo più, ma mi piace pensare che fossero quelle di Neil Young.
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Le cicale schiattavano sugli ulivi. E “li cristiani quannu leggianu «Lu stumpacrita»”. E, verso la fine di quegli anni (settanta), “lu scornu” di via Libertini per un amore lasciato per un altro non detto. Pensavo al calcio soprattutto. Altro talento sprecato... La musica aveva pochi nomi. Quella folk nostrana. Nelle cassette stereotto di mio padre. “Saturday Night Fever” e “Grease” al cinema. Quella disco. Nel nostro club e nelle discoteche di mezzo tacco. E altro. Che neppure dirò. Ché già mi sono ripetuto e le repliche non mi sono mai piaciute! La mia storia l’ho cennata in liberi versi qua e là. Quell’altra storia, quella musicale (ma anche del teatro di strada, della pittura, della scrittura, della politica e, in una parola, del fare traverso l’arte) di un bel pezzo di Lecce degli anni settanta, non l’ho vissuta. La mia storia e quell’altra storia si sono incontrate dopo.
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Questo è il bello delle storie. L’incontro. E, pur non potendo dire: “La storia siamo ahinoi”, un po’ l’ho vissuta. Adesso, però, la conosco meglio. Chi di voi, come me, è nato troppo tardi per viverla, o per un motivo qualunque non la conoscesse, può assaggiarla la sera del 25 maggio prossimo a Villa Elena (via Calore n. 6, Lecce). Oppure, aspettare il numero di giugno di “Qui Salento” che conterrà il libro “La storia siamo ahinoi” e il CD “Ergo sum” di Anima Lunae, di Beppe Elia con la complicità di Mino Toriano (Città Futura Edizioni). Ho letto il libro e ascoltato “el son salentino”. Le parole di questo mio intervento, (quasi) tutte le parole di questo pezzo vengono da lì. Tutto quel che non ho detto (tanto) leggetelo e ascoltatelo da voi. Ché non sono solo canzonette!
Senza prendermi/vi troppo sul serio. Ma la storia (e mo’ non scherzo) è fatta di storie. Conoscere le storie è comprendere la storia.

giovedì 19 aprile 2012

Il meridiano delle stelle di Angelo Donno


















La Storia e le storie


Il centenario dell'unità nazionale è passato, ma non la voglia di scavo che ha portato in dote. Anzi, la ricorrenza, ha mosso le interrogazioni e i capaci, si son messi in cerca e tra notizia storica e desiderio narrativo han dato corpo a pagine che hanno sollecitato i lettori a chiedersi se la Storia che la scuola ha loro donato non fosse da riguardare... Da "inventare" anche, se il caso, andando con l'immaginazione a far rivivere i luoghi che chissà perchè c'erano stati raccontati estranei alle "Cose del Tempo". Già, chissà perchè poi, il nostro Sud, il nostro Salento ce lo siamo immaginati come un luogo sospeso, estraneo, una sorta di limbo dove la Storia era solo di passaggio, così per questioni di calendario o d'orologio... Sappiamo che non è stato così, anzi se ben guardiamo era l'inverso e la Storia proprio qui, al riparo dettava fortuna e sventura...
Ma andiamo con ordine, anzi vediamo di mettere ordine... C'è un libro, scritto da Angelo Donno, sociologo alla sua prima opera letteraria, (ma non è la narrazione la materia "pregiata" di certa sociologia?) che con il racconto e la materia della Storia prende le misure. Il titolo: "Il meridiano delle stelle", l'editore Manni. Un bel tomo di 419 pagine. Un romanzo.
Il racconto si apre con una data il 1799, dieci anni dopo la presa della Bastiglia (ma di questo l'autore non c'avverte). In veloce ripresa di grandangolo l'autore ci dice della stranezza di quell'anno che si portò via il papa Pio VI e..., poi in breve giro ancora una data il 28 di marzo e la ripresa narrativa stringe: siamo a Taviano, è freddo nonostante sia primavera. Ma la primavera di un anno cupo, l'abbiamo detto... Ed ecco che il Salento ci appare antico, remoto, da scorgere intero però, dietro la polvere di quei palazzi che ancora abitano e ci abitano coi nomi degli aristocratici e con quelli più umili persi, inesorabilmente persi nell'indietro della Storia. Ah!, che fortuna avere adesso chi di lena si mette a narrare... di un ragazzo e del suo amore, di un ragazzo e delle passioni politiche è di quel tempo ormai remoto...
Una nota ci avverte che: "Puntuali documenti storici d’archivio sono alla base della ricostruzione alla quale si unisce l’invenzione fantastica sempre molto attenta a riprodurre il contesto economico-sociale del tempo. Così, in un percorso coinvolgente, la microstoria si inserisce nella macrostoria ed è recupero e rivalutazione delle nostre radici". Non serve a questo la sociologia? Almeno quella che noi più amiamo? Non serve a fare visioni? Buona lettura...

sabato 17 marzo 2012

Ricordando Salvatore Toma













Oggi è il 17 marzo ed è necessario ricordare il poeta. Rendere omaggio alla vita e a Salvatore Toma

A great poet

Giuliana COPPOLA

Scrive Roland Barthes “E ancora una volta solo la scrittura consente una tale purezza, un tale mattino dell’enunciazione ignoto alla parola, che è sempre un groviglio contorto d’intenzioni nascoste” e tu non vuoi che la parola, le tue parole, oggi, siano “un groviglio contorto di intenzioni nascoste”.
Oggi è 17 marzo e ritorni a Maglie; non puoi non farlo perché è anche sabato e niente succede per caso; inizia la settimana della poesia e Maglie, con la sua Francesca Capece, è città di poeti, tanti che se ne scordi uno, hai paura che si offendano tutti; sono da sempre tuoi amici e t’attendono nel loro silenzio complice di metafore.
Così ritorni ma soprattutto per una storia; devi accertarti che sia finita la vacanza di Salvatore Toma poeta. Un giorno aveva detto e scritto “Ad esempio una vacanza”; un giorno aveva assicurato che era “in sospeso un anno” e poi “Ancora un anno” e poi “forse ci siamo” e poi… ma tu lo conosci bene, Salvatore Toma poeta; se non viene, devi andare tu a cercarlo; devi ricordargli ciò che ha scritto “Per un verme una lumaca/ avrei dato la vita:/ tante ne ho salvate…” e il mondo che ama ha ancora bisogno di lui.
Così oggi sei di nuovo a Maglie; t’accorgi che iniziano ad apparire le rondini, nel cielo pulito e limpido sugli alberi lì, nel bosco. Senti profumo di nidi. Si deve ritornare “a riprendere un sogno d’acqua/ di tante sere fa/ dove un falco si assetava/ in una radura fiorita”; a risentire “sdraiati al sole/ il canto dell’aria/ delle concilianti querce/ scosse per un vento randagio” ed è così importante “ la tristezza del mio cane”.
“Ci rivedremo/ ci rivedremo senz’altro/ e ne riparleremo…” ti ha detto Salvatore Toma. E’ arrivato il momento; oggi ne stiamo riparlando, della vita e della poesia e di via Vittorio Emanuele e mentre hai paura del groviglio inestricabile ma di pensieri, Maglie ti viene incontro e ascolti il rombo d’un motore e se “vai incontro a un grattacielo/ e dietro c’è una stella/ per un’ovvia ragione/ vedi la stella cadere: allora per incanto/ esprimi un desiderio:/ io vorrei/ una grande esplosione.”
Chiudi gli occhi e, quando li riapri, esplode natura intorno a te; cosi Salvatore ritorna “e puro e semplice e ribelle” come una esplosione di natura perché “ Dio è grande: nessuna casa/ e nessun letto/ lo contengono”.
C’è Dio e c’è Salvatore Toma. Te ne accorgi subito.
“Dai rami dalle foglie/ tra il rosmarino odoroso/ e i cespugli dell’erica/ per seguire la goccia di rugiada/ il refrigerio/ la vita a cui rinnovarsi/ sperare un altro giorno”.
Si riprende ad andare, si segue il rombo d’un motore; viale dell’Addolorata; si va insieme “ con a bordo brandelli di periferia” e forse si incontrerà ancora “il vecchio matto” con le solite bisacce “piene di cuori di legno”, e intorno “la pace inebriante/ delle erbe degli uccelli/ in rapide corse a spirale/ fra le cime fiorite/ dei mandorli sulla collina”.
Un panino “col formaggio e pomodoro”, spalle rivolte per non guardare ché “ una ruspa enorme/ selciava tra i papaveri/ un abisso” e atterriva “la vecchia serpe nera/ dai riflessi verdi perlati”.
Ed eccolo, il “casolare di campagna/ semi diroccato/ davanti al bosco/ nell’erba racchiuso di primavera/ fra i nidi del fanello/ e della quaglia”.
Eccolo, ti aspetta e c’è profumo di querce e quando ti avvicini, forse un po’ troppo, si leva “il grido del nibbio/ il volo sfrecciante del tordo/ la sfrusciante anatra verdazzurra/ l’occhio di antilope della beccaccia/ la civetta la strologa il merlo l'upupa/ il dominante silenzio orgoglioso/ delle campagne delle radure dei boschi/ dei laghi delle sognanti colline”.
Non avresti voluto spaventare tutte le creature, metafora della vita che ritorna; ma forse non sono spaventate; sono solo felici che il loro poeta sia tornato, il poeta che ha regalato loro d’esistere immortali, ché ora sono nero su bianco di pagina, son versi di poesia; ed è così immortale questo “vento leggero” che parla “con voce di foglie”, che apre i germogli e li fa “trepidare”; questo vento che asciuga “i panni, bianchi/ come visi di bambini,/ e a volte con dolcezza/ il sudore della fronte” ed è così “sereno” il suo “respiro”.
Ed è così immortale questo poeta… oggi è 17 marzo ed è “La canzone dei fiori”; Salvatore Toma è “un po’ come i fiori/ che ogni tanto sbocciano/ nella mente/ e li senti immortali/ e li senti immortali…sbocciano/ a primavera/ quando la stagione/ d’amore è più vera/ quando la vita è più vera/ e ti senti immortale…”.

giovedì 23 febbraio 2012

Un viaggio che non finisce mai

















La fotografia è di Maria De Filippis

Ritorno da Auschwitz
Grazia Pia Licheri

Si è concluso il 17 febbraio scorso il viaggio del IV ed ultimo Treno della memoria del 2012, organizzato da Terra del fuoco – mediterranea, che ha ospitato al suo interno più di 700 partecipanti, tra studenti dei licei e delle università pugliesi e una delegazione calabrese. Ricordare la crudeltà e la lucidità con cui nel corso della seconda Guerra mondiale i nazisti, guidati da Hitler, hanno deportato e poi sterminato milioni di ebrei, oppositori politici e persone estranee ai canoni di perfezione ariana, in virtù di un progetto di depurazione del mondo dai “parassiti della società”, è un dovere morale di ogni individuo, ancor più oggi che possiamo entrare in contatto con gli ultimi superstiti dei lager, testimoni diretti di quella barbarie con cui l’umanità ha toccato il fondo.
Tutti i ragazzi che hanno partecipato all’iniziativa si sono dimostrati contenti della scelta e desiderosi di condurre su quel treno nuove persone, affinché possano provare la loro stessa esperienza, che si è rivelata “altamente formativa – come afferma Sara, studentessa di Giurisprudenza dell’università del Salento – tutti conosciamo la shoah, ma vedere quei luoghi di fronte a te fa capire che quelle non sono soltanto pagine di storia. Se prima mi sentivo estranea a certi avvenimenti, ora posso dire di essermene avvicinata molto”. È importante però fare tesoro delle sensazioni e delle conoscenze incanalate in quei luoghi per far sì che episodi razziali non accadano più sotto nessuna forma. “Non si tratta solo del passato, perché assistiamo quotidianamente a manifestazioni xenofobe. Il primo insegnamento del viaggio è che la diversità genera ricchezza”.
“La vista di Auschwitz e Birkenau ha suscitato forti emozioni, ma anche un senso di vuoto e di impotenza, a tratti di incredulità”. Sono queste le parole di Sabrina, studentessa di Lettere. “Le parole della guida davano vita a ciò che è accaduto, soprattutto nel Campo base, mentre Birkenau - aggiunge - è un esempio di desolazione totale, immerso in un bosco di betulle che sono le testimoni mute della tragedia passata”. È stato un viaggio importante, che probabilmente non avrebbe avuto modo di vivere se non fosse stato organizzato in questa dimensione di condivisione comunitaria con tanti altri giovani.
Una full immersion che supera ogni aspettativa: così Mariella, studentessa di Lettere, descrive il Treno della memoria. “C’è un motivo preciso se facciamo tante ore di treno e andiamo in un periodo freddo, perché questo favorisce l’immedesimazione. È una grande esperienza umana e culturale, che consiglio a tutti, anche grazie alle assemblee alle quali abbiamo partecipato e che sono state molto utili per il confronto scaturito”. Il momento più emozionante per lei è stato quello in cui è stato chiesto ad ognuno, durante l’assemblea plenaria svoltasi l’ultimo giorno, di esprimere ciò che ha provato vedendo i campi.
Antonio, che studia Scienze politiche, l’ha definito un’esperienza “bella e toccante”, il cui senso si comprende pienamente solo a posteriori, perché necessita di essere interiorizzato. “Ci tornerei di nuovo, ma forse la seconda volta in maniera intima ed individuale”.
Fabiola, di Lettere, non credeva nella buona riuscita di questo viaggio, perché è partita senza conoscere alcun partecipante, eppure la compagnia con cui si è trovata in treno e in stanza ha manifestato condivisione e solidarietà. “È stato bello, non avrei mai pensato di dividere stanze e bagni con tante persone e di passare le giornate con ragazzi più piccoli. È un’esperienza che consiglio, perché si vivono tante emozioni e si conoscono punti di vista differenti”.
Secondo Roberto, altro studente della stessa facoltà del Salento, “ogni persona con un minimo di sensibilità storica deve partecipare a questo viaggio, perché si toccano con mano i luoghi in cui sono accadute crudeltà terribili e perché nessuno ci fornisce la certezza che non si verificheranno più. Siamo l’ultima generazione che può entrare in contatto con i testimoni diretti di questi eventi”.
Fabio, della facoltà di Economia, ha scelto da anni di svolgere il ruolo di educatore all’interno del Treno, che è “l’unica possibilità di portare tanta gente a percepire realmente quello che erano i lager. Siamo circa 35 educatori, semplici ragazzi con la passione e la voglia di offrire un servizio utile alla comunità. L’obiettivo che speriamo di raggiungere con il nostro lavoro volontario è trasmettere il significato dei campi e l’importanza di fare gruppo, abbattendo le difficoltà che si incontrano nel conoscere persone nuove”.
Laura, studentessa di Filosofia e responsabile del Treno della memoria, parla della possibilità di “dare un’opportunità educative alle scuole. La storia – spiega – non deve essere qualcosa che si studia per l’interrogazione, ma serve per acquisire le lenti di ingrandimento con cui leggere il presente”. Esprime la sua soddisfazione per il buon lavoro svolto dal team di educatori, e sottolinea che questa esperienza non si esaurisce nelle giornate del viaggio, ma è necessario rivedersi anche dopo, attraverso incontri e altre iniziative, per non esaurire quell’entusiasmo e la voglia di contribuire al miglioramento del futuro, rendendo quel viaggio verso i lager “un percorso interiore, una seduta di psicanalisi collettiva che non finisca mai”.

***
La triade che costituiva il fulcro del processo concentrazionario dei nazisti in Polonia per la cosiddetta “soluzione finale”, cioè lo sterminio di tutti gli ebrei d’Europa, era formata dai campi di Campo base o Auschwitz I, Birkenau o Auschwitz II, Monowitz o Auschwitz III.
La giornata centrale all’interno del programma del Treno della memoria è stata proprio quella della visita ai lager Auschwitz I e II, nel corso della quale tutti i partecipanti hanno percorso quel suolo, che solo pochi decenni fa era attraversato da corpi senza salute e senza dignità, quasi in punta di piedi, per non rompere la magia di un silenzio che sa di sofferenza e devozione, e certamente in punta di cuore, per accostarsi con discrezione e umiltà ad un dramma troppo grande per essere compreso da chi non lo ha vissuto in prima persona.
Questo “pellegrinaggio laico” nei due campi polacchi si è svolto il 14 febbraio. È un caso singolare che l’appuntamento più forte sia avvenuto il giorno festa degli innamorati. D’altronde, scegliere di vivere, anche solo per poche ore, dietro le quinte di alcuni dei più efferati teatri dell’orrore che la storia abbia mai conosciuto, cos’è, se non amore per l’umanità e per le generazioni future?
Auschwitz si apre con un cancello sovrastato da una scritta di apparente benvenuto, ricca di promesse, ma su cui aleggia una cinica ironia: “il lavoro rende liberi”. Il Campo base, infatti, nasce come campo di concentramento, ma funziona da subito come campo di sterminio.
L’immersione in questo luogo è un fiume di emozioni: il piazzale dell’appello; le sale ricche di oggetti personali riutilizzati dai tedeschi, quali occhiali, protesi, pentole, scarpe, vestiti, capelli; il blocco n. 11, detto “della morte”, dove si svolgevano interrogatori, torture e prigionie, e che conteneva la cella 18 in cui padre Massimiliano Kolbe si fece uccidere al posto di un giovane uomo; il muro della fucilazione; i blocchi in cui si possono capire, con l’aiuto dell’immaginazione e della guida, le condizioni di vita, di salute e di igiene in cui i prigionieri erano tenuti. Tutto il percorso concorre a far comprendere l’atmosfera di disagio fisico e psichico che impregnava quei capannoni austeri umidi.
Ciò che più di tutto fa rabbrividire sono le camere a gas con gli annessi forni crematori, gli unici rimasti dopo la fine della guerra, perché ricostruiti con i pezzi originari. A pochi passi dalle abitazioni dove i bambini delle Ss giocavano godendo con spensieratezza della loro infanzia, un obitorio fu convertito in camera a gas provvisoria tra il 1941 e il 1942, per i primi esperimenti dai quali evinse con grande soddisfazione che era possibile uccidere tantissime persone contemporaneamente senza troppi spargimenti di sangue, semplicemente immettendo dello zyklon b attraverso il tetto. Fuori ci sono più di 10 gradi sotto lo zero, ma la sensazione di freddo improvviso che si prova entrando in queste stanze supera di gran lunga le temperature esterne. Si sente il gelo della morte.
Nel pomeriggio è la volta di Birkenau, ben 30 volte più esteso di Auschwitz. Bianche betulle ischeletrite innalzano i loro rami supplicanti verso un cielo cupo e pallido. Tutto intorno, una distesa di neve tace, ricopre con un velo di gelo anni di storia, di dolore, di terrore. È il vuoto quello che fa più male alla bocca dello stomaco, quando si entra in questo campo di sterminio.
Nel campo base puoi vedere i luoghi della morte, toccare le vetrate dietro cui sono conservati gli oggetti originari appartenuti agli internati, cogliere con lo sguardo i confini del lager, segnati da quel filo spinato che graffia gli occhi di commozione, perché immagini abbia disintegrato in un istante chiunque avesse tentato di spiccare il volo verso il mondo esterno, in un ultimo anelito di vita.
A Birkenau è tutto diverso. Ci sono ancora i famigerati binari, raffigurati su tutti i libri di storia, rotaie che si perdono nell’orizzonte, percorse a suo tempo dagli innumerevoli vagoni su cui centinaia di persone erano ammassate come merci, anzi, come animali condotti al macello. C’è qualche capannone superstite o attentamente ricostruito; ci sono cumuli di macerie sparsi qua e là, lapidi commemorative, fiori. Restano alcuni blocchi, come quello delle saune, ancora aperti al pubblico di visitatori e cosparsi di foto, che i deportati avevano condotto con sé pensando che avrebbero semplicemente iniziato una nuova vita in un altro luogo, come era stato detto loro. Non avevano torto, ma non era certo quello il tipo di vita che ipotizzavano, dipartendosi dai loro accoglienti focolai domestici.
Tutto il resto, a Birkenau, è un vero e proprio nulla. L’assenza e il deserto innevato, disteso su migliaia di ettari, provocano un senso di smarrimento. Camminando su quel suolo manca quasi l’equilibrio. È una strana vertigine, dovuta ai fumi dei forni crematori, all’overdose di ceneri umane che sembrano ancora aleggiare nell’aria e bloccare il respiro, all’ubriachezza da crudeltà di tutte le persone, coinvolte direttamente o indirettamente in questo processo di annientamento di un intero popolo.
Il momento più pregnante della visita è stato la commemorazione finale, nel piazzale di Birkenau, durante cui ognuno ha voluto sigillare l’emozione che lo ha accompagnato pronunciando davanti al microfono il nome del detenuto che lo ha colpito di più, tra quelli raffigurati nelle foto esposte nei blocchi, affinché anche il silenzio dei lager conosca un grido di solidarietà che possa essere tramandato alle future generazioni, perché non è mai troppo tardi per fare il proprio dovere e, forse, non è mai troppo presto per iniziare a cambiare il mondo.
Shoah, io ti ricordo.

martedì 21 febbraio 2012

Leverano, sulle orme di Cosimo De Giorgi
























Lettera aperta All’Egregio Sig. Sindaco di Leverano dott. Cosimo Durante

Una storica e poco nota lettera sul «Corriere meridionale» e la memoria di Geronimo Marciano

Sulle orme di Cosimo De Giorgi

Valentino DE LUCA

Ritrovare un importante e raro scritto (Leverano e Geronimo Marciano, in «Corriere meridionale», 1° giugno 1922) dello scienziato Cosimo De Giorgi mi ha riportato alla mente le sollecitazioni verbali che ho rivolto a Lei dott. Cosimo Durante, Sindaco di Leverano, di recente in un paio di circostanze: La invitavo a prendere le difese del Suo concittadino Geronimo Marciano.
Chiedevo in sostanza un Suo autorevole intervento presso il Sindaco di Lecce, dott. Paolo Perrone, affinché nella toponomastica della città fosse riportata nella forma e nel modo corretto la memoria onomastica del celebre scrittore Suo concittadino con l’eventuale aggiunta almeno del secolo in cui visse, evitando così equivoci sulla siffatta informazione storica. Qui a Lecce molti cittadini, da tempo e spesso, si chiedono senza averne ancora risposta: «ma quistu G. Marcianò ci era?».
Ma vi è di più.
Quell’importante e raro scritto cui accennavo sopra è di fatto una lettera, poco nota,
che lo scienziato Cosimo De Giorgi indirizzò sei mesi prima di morire all’allora sindaco di Leverano Conte Alcibiade Zecca. Questa testimonianza, puntuale pagina di storia, dovrebbe essere conosciuta, e non solo dai suoi concittadini in quanto potrebbe far nascere nuovo interesse e stimolare ulteriori approfondimenti sugli studi e la figura del Marciano, ma soprattutto perché contiene quella bella proposta dell’apposizione di una dignitosa lapide commemorativa.
Dopo poco meno di un secolo quell’idea potrebbe finalmente trovare realizzazione da parte dell’Amministrazione comunale: le storiche e sapienti parole dettate da Cosimo De Giorgi, collocate sulla facciata della casa natale di Geronimo Marciano, renderebbero una verità storica in modo meno invasivo (ne converrà!) del cartello giallo, e creerebbero anche le condizioni per un immediato necessario restauro conservativo dell’intera palazzina con la conseguente rimozione della grigiastra saracinesca per niente armonizzata con la rinascimentale lineare struttura cinquecentesca della casa dei Marciano.
Preferisco qui lasciare spazio alla pubblicazione integrale del testo della storica lettera poco nota, come si legge sul «Corriere meridionale».

La lettera

Al sig. Conte Alcibiade Zecca
Mio egregio Amico. Ho riveduto nei giorni scorsi, in vostra compagnia, il bel paesino di Leverano, che, nella sua alta Torre che domina l’abitato e la fertile campagna circostante, ci ricorda il grande imperatore svevo Federico II il quale la fece edificare verso il 1220. Alcuni anni prima della guerra europea [la prima Guerra mondiale n.d.r.], n’ebbi un giorno, la visita di due archeologi tedeschi indirizzatimi dal Ministero della P. I. Erano venuti per incarico di Guglielmo II imperatore di Germania, il quale si era prefisso di visitare le Torri e i Castelli costruiti in Puglia dal suo antico predecessore; e tra questi la Torre di Leverano. Poi succedè [sic] la catastrofe e con essa tutto andò a monte.
L’ho riveduta ora, ma, oh, quanto diversa da quella che era nel maggio 1873 quando la vidi la prima volta e ne presi un disegno che conservo nei miei taccuini di viaggio. Di questa torre mi riserbo di manifestarvi il mio pensiero in altra lettera. In questa vi dirò di Geronimo Marciano che, come ben conoscete, ebbe i suoi natali in Leverano.
Nei primi del Seicento questi scrisse un’opera intitolata «Descrizione, origini e successi della Provincia di Otranto». Fu assai elogiata dai suoi contemporanei, ed a giudizio dei dotti è una delle migliori fra quelle scritte sulla nostra provincia, dopo il D. S. I. [De situ Japigiae n.d.r.] del Galateo. Quest’opera restò manoscritta per 227 anni, e se ne fecero molte copie, due delle quali si conservano nel nostro Museo Castromediano. Nel 1855 il dott. D. Tommaso Albanese di Oria la pubblicò in Napoli; ma vi aggiunse molte interpolazioni, le quali saltano facilmente agli occhi degli intelligenti in questa materia.
Volli visitare la casa ove nacque il Marciano, e Voi gentilmente me la indicaste nella via che da lui ha preso il nome al n. 15; oggi è l’unico ricordo che il paese ha dedicato alla sua memoria. È una casa modesta a due piani e conserva ancora qualche vestigio dell’Architettura del Cinquecento nelle due porte della facciata, nella finestra del piano terreno ed in quella del primo piano dove aggetta un terrazzino con balaustrata sorretto da beccatelli. Esiste ancora lo stemma dei Marciano sulla porta, oggi murata, ma è indecifrabile per la corrosione della pietra leccese. Sembra, se non m’inganno, uno di quegli stemmi che dicono parlanti perché nella partizione inferiore sono raffigurate araldicamente le onde del mare. Queste poche reliquie architettoniche sono state alquanto manomesse; e vi è stato perfino un balordo tentativo di imbiancare la facciata della casa.
Con un sentimento di venerazione sono salito, per una ripida scaletta, al piano superiore, dove ho trovato una stanza immersa nell’oscurità e divenuta deposito di paglia e di attrezzi rurali.
In un angolo vidi il camino sul prospetto del quale lessi questa iscrizione, che forse il Marciano – presago della futura sorte della sua abitazione – fece scolpire in grandi caratteri romani: Magnus ex una scintilla accenditur ignis.
Ridiscesi, col pensiero a questo illustre dimenticato, e mi tornarono alla mente i versi del poeta di Recanati: O Italia, a cor ti sia | Far ai passati onor, che d’altrettali | Oggi vedove son le tue contrade | Né fia chi d’onorar ti si convegna.
E ora mi rivolgo a Voi che con tanta saggezza dirigete l’Amministrazione del Comune, e vi propongo di apporre una lapide commemorativa sulla casa dove nacque Geronimo Marciano.
A questo proposito, voglio dare a voi ed ai lettori del Corriere Meridionale un documento, sin qui inedito che stabilisce esattamente la data della nascita e della morte del nostro letterato salentino. L’ebbi nel 1884 dal ch. arcidiacono Giovanni Tarantini di Brindisi il quale l’aveva trovato nell’Archivio arcivescovile di quella Cattedrale, dalla quale dipende la collegiata di Leverano.
Nell’atto di nascita si legge: Die 28 9bris 1571 il cantore D. Colella Savina battezzò un figliolo maschio a Merate Marciano et a Natalizia Fapane, et ebbe nome Geronimo. Lo tenne al fonte Antonio de Frascaro.
Nel libro dei morti della Chiesa di Leverano del 1628, si legge la seguente particola: «A dì 13 maggio 1628 Morì Messer Geronimo Marciano et fu seppelito, ut moris, nella Chiesa madre sotto l’altare della sua cappella della Sapienza».
Ho cercato invano nella Collegiata di Leverano questa Cappella, perché fu demolita nel Sec. XVIII con tutte le altre della nave maggiore quando questa fu costruita con la facciata. Le ceneri dei Marciano subirono allora la stessa sorte di quelle del Galateo durante la ricostruzione della chiesa di S. Domenico in Lecce.
Termino questa lunga lettera col proporvi l’iscrizione che potrebbe essere scolpita sulla lapide commemorativa: IN QUESTA CASA | NACQUE IL 28 NOVEMBRE DEL 1571 | GERONIMO MARCIANO | MEDICO, FILOSOFO E SCRITTORE | FASTI DELLA PROVINCIA DI OTRANTO | DOPO IL GALATEO | A NESSUN ALTRO SECONDO || IL MUNICIPIO DI LEVERANO | AL SUO EMERITO CITTADINO | Q. L. P.
Ed ora, mio gentile amico, vi prego di gradire i miei ringraziamenti per le cortesie usatemi nella bella escursione e tenetemi pel vostro.

Lecce, 28 maggio 1922
Devot.mo Prof. Cosimo De Giorgi

martedì 27 dicembre 2011

Per Rina Durante a Seseno

di Luisa Ruggio

Per tutta la vita, Rina Durante sognò di tornare sull’isola di Saseno. Ci provò a lungo a mettere di nuovo i piedi sul suolo del suo passato, della sua infanzia per l’esattezza. Acquattata nelle acque della sua memoria, quell’isola albanese si è ingrandita, fino a diventare un mito. Immaginate che cosa deve essere stato vivere su un’isola abitata soltanto da militari, praticamente deserta, negli anni Trenta. Non so se avete presente un’atmosfera del genere, uno spazio ritagliato via dal mondo, intorno soltanto una geografia marina, l’eco che ne deriva si cristallizza in un immaginario magnifico. E’ uno di quei frammenti biografici che sembrano inventati da un romanziere, e invece è proprio vero. Su quell’isola, di fronte alla baia di Valona, all’imbocco del Mare Adriatico, la scrittrice salentina Rina Durante imparò a leggere e a scrivere; fu sua madre a istruirla, le sue sorelle, invece, studiavano per corrispondenza, non c’era altro modo. Se questo fosse un film, potrebbe cominciare con un piano sequenza lento: il rettangolo delle finestre di una casa illuminata internamente dall’albore dei lumi, mentre sull’isola cala la notte. Chi ha conosciuto Rina Durante sa che quando lei raccontava la sua infanzia a Saseno, prestava la sua mimica al vento per dire gli alberi oppure le distese di ginestre o ancora la visita inattesa di un marinaio che, per un momento, mandò all’aria la solitudine delle sue sorelle, improvvisamente prese dalla voglia di passarsi un filo di rossetto sulle labbra. E se questa storia da sola non bastasse, eccone un’altra: ad anni di distanza dalla scomparsa di Rina Durante (il 26 dicembre del 2004), la fotografa e regista salentina Caterina Gerardi si è messa sulle sue tracce e ha ripercorso, pronta a filmare, la strada d’acqua che da Valona porta a Saseno. Lo ha fatto perché ha deciso di trasformare in un progetto il desiderio mancato della Durante. Si tratta di un docu-film e un libro, in lavorazione, in grado di dire la stagione estrema di una grande voce del nostro Novecento, ancora non adeguatamente conosciuta. Così, l’isola di Rina è diventata l’ossessione di un’altra Caterina (la Gerardi, per l’appunto), che dal Salento è partita – dove la scrittrice tornò insieme alla sua famiglia, per stabilirsi a Melendugno, a ridosso della seconda guerra mondiale – dopo aver inseguito per tre anni la concessione del permesso per visitare Saseno due volte. Un viaggio necessario per capire, fino in fondo, chi era quella bambina che, una volta finiti i libri a disposizione sull’isola, cominciò a covare l’idea di scrivere. Hanno questo di bello le idee, che quando sono buone ti portano lontano e poi attirano in quel punto, come magneti, anche alcuni altri che incontri. Caterina Gerardi non ha resistito a quel richiamo, si è lasciata guidare, per così dire, giocando a moscacieca con i ricordi di Rina Durante. “Il progetto è una promessa fatta a me stessa. Dovevo andare in quest’isola che lei raccontava; volevo ripercorrere le sue tracce d’infanzia, ho chiesto per tre anni il permesso all’Ambasciata italiana in Albania, loro rinviavano di continuo. E’ stato molto difficile. Si tratta di un’isola che per gli albanesi resta un sogno, - spiega la Gerardi - dopo aver ottenuto l’autorizzazione, sono partita con Ada Donno che sta curando il libro parallelo al docu-film. La seconda volta sono tornata a Saseno per filmare, con me c’era anche la giornalista Rosella Simone, una delle firme che ho deciso di coinvolgere in questo progetto. La Marina Militare ci guidava sull’isola, il luogo negli anni si è trasformato. Nel 1930 non c’era niente a parte gli alloggi per i militari, dopo cinquant’anni di regime le cose sono cambiate.” Pia, la sorella novantenne della scrittrice Rina Durante, ha raccontato a Caterina Gerardi tutto quello che ricorda della casa sull’isola, una sorta di cartografia dello spirito affidata alla bussola della regista che custodisce, come Pollicino, una mappa soltanto pensata, utile per ritrovare la strada di casa. “Attraverso i racconti di Pia, mi sono fatta un’idea mia di come quella loro casa d’infanzia poteva essere. Sull’isola, ho cercato di mettere insieme i pezzi di un mosaico fatto di storie e memorie. Ho cercato una casa con caratteristiche particolari: doveva traguardare la discesa che portava al Comando dove lavorava il padre di Rina Durante che, negli anni Trenta, a Saseno, era il Capoposto. E poi dovevo individuare anche una scorciatoia per arrivare al mare. Dopo tanto cercare, credo di averla trovata, ho adottato quella che secondo me è stata la casa di Rina Durante.”

Caterina Gerardi, a Saseno, ha cercato di filmare il più possibile, nel libro che accompagnerà il docu-film, ci saranno anche i testi scritti dalla Durante sulla sua parentesi albanese. “Nel 1980, Rina fu mandata in Albania dal Sindacato dei Giornalisti, in quell’occasione tentò di tornare sull’isola ma non ottenne il permesso.” Viene da pensare che, forse, anche per questo, la Durante si metteva spesso alla guida della sua barca per prendere il largo. Saseno, infatti, è nel Canale d’Otranto, certe volte si vede anche ad occhio nudo dalla costa salentina. Stasera, a Melendugno, la Cooperativa che gestisce la Biblioteca – Centro Studi dedicata alla Durante, ha deciso di ricordarne l’anniversario della scomparsa con una serata ricca di testimonianze, sarà proiettato anche il filmato firmato dalla Gerardi e che fa il verso all’opera della scrittrice e giornalista salentina, “Come farò a diventare un mito”.

La tenacia di Caterina Gerardi non può passare inosservata, alla fine la sua ricerca dell’isola l’ha portata in riva alla stessa Rina Durante. La regista tornando dal suo viaggio, infatti, ha scoperto che: “L’isola le assomiglia e lei assomigliava all’isola, per via della difficoltà di scoprirla, per la bellezza delle cose essenziali, il mare, la luce, la vegetazione. Questa sensazione di libertà che la attraversa come un vento che entra in ogni cosa. Alla fine di tutto, per me l’isola è Rina. L’isola è il suo ritratto”.

lunedì 26 dicembre 2011

La poesia del meno che niente di Uccio Giannini

Poeti Uccio Giannini


Domani mercoledì 28 dicembre 2011, alle ore 18.00, presso il Museo “P. Cavoti” di Galatina, l’Università Popolare “Aldo Vallone” presenta il volume di poesie di Uccio Giannini, Pindinguli, Zaranguli e Scisciariculi, a cura di Gianluca Virgilio, Edit Santoro 2011. Letture di Gregorio Caputo. Pubblichiamo in questa pagina una riduzione dell’Introduzione al volume.


Il matematico poeta

Gianluca Virgilio


Uccio Giannini, Pantaleo per l’anagrafe, è nato il 23 febbraio 1928 a Galatina, dove è morto il 4 settembre 2010, all’età di ottantadue anni. Primo di dieci fratelli, il padre commerciante di biciclette, la madre casalinga, si è maturato presso il Liceo Classico “Pietro Colonna” di Galatina ed ha poi conseguito l’8 aprile 1960 la laurea in Matematica e Fisica presso l’Università degli Studi “Federico II” di Napoli. Si è sposato il 23 aprile 1962 con Maria Teresa Carrozzini, con cui ha vissuto per quarantotto anni, unito dall’amore reciproco e per la figlia Simona. Ha insegnato Matematica nelle scuole locali, divenendo preside dell’Istituto Industriale di Galatone.

È strano come i termini essenziali di una vita possano essere racchiusi in così poche parole, che dicono tutto e non dicono niente. Le opere di uomini, che in vita si affaticarono tanto, sembrano consumarsi e disperdersi alla loro morte, e di esse sembra non rimanere più nulla.

Ma Uccio Giannini non fu solo quello che si è detto. Egli fu anche un poeta, poiché seppe rappresentare con simpatia e grande umorismo un passaggio epocale della nostra società, dalla civiltà contadina a quella consumistico-industriale, e tutto questo da una posizione periferica, quale poteva offrirgli una cittadina come Galatina, piuttosto lontana dai grandi movimenti letterari moderni.


La poesia per radio

Giannini non fu un letterato di professione e dunque non ebbe mai la boria del letterato, fu semplicemente un uomo che i familiari e gli amici amano descrivere – ad essi mi affido, non avendolo mai conosciuto di persona - come una persona tranquilla, amante degli scherzi e della convivialità, col culto dell’amicizia, entro cui concepiva il gioco poetico; un gioco che seppe condurre con agilità e leggerezza, senza mai cadere nel pedantesco e senza mai perdere di vista il fine e il destinatario per cui scriveva: divertire una comitiva di amici e di parenti, oppure un pubblico di concittadini, che nelle sue poesie vedeva rappresentato e deformato satiricamente il proprio mondo e la propria vita. Molti ricordano nei primi anni Ottanta le trasmissioni radiofoniche di "Radio Orizzonti Activity", la domenica mattina, quando, dopo la messa, Giannini si divertiva a far ridere gli amici che, accesa la radio, seguivano da casa i suoi mottetti dialettali, che poi avrebbero avuto la loro continuazione in famiglia, a tavola, come sano condimento del pranzo domenicale. La convivialità delle riunioni di famiglia nei giorni di festa, un compleanno, una ricorrenza religiosa, una cena con gli amici, è la cornice entro cui è nata la poesia di Giannini. Una poesia, dunque, con un destinatario preciso, il parente, l’amico, il concittadino, chiamato alla spensieratezza di un’ora, che avrebbe riso delle sue facezie e con lui si sarebbe divertito, prima di ritornare, come Giannini, alle serie occupazioni di ogni giorno.


La produzione poetica

Tra il 2002 e il 2003 Uccio Giannini raccolse alcune sue poesie in due fascicoli, intitolati «Pindinguli e Zaranguli» e «Scisciariculi».

«Pindinguli e Zaranguli» contiene tredici poesie datate tra il 1979 e il 1999 e disposte in ordine cronologico. «Scisciariculi» contiene trentatré poesie, datate tra il 1979 e il 2002, anche queste datate e disposte in ordine cronologico. I due fascicoli sono stati trascritti al computer su commissione di Giannini, secondo la testimonianza della moglie. Ciascuna raccolta è seguita da un elenco dei titoli delle poesie (l’elenco della prima raccolta è scritto al computer, quella della seconda è autografo). La famiglia di Uccio, inoltre, ha rintracciato tra le sue carte altre dieci poesie, scritte a macchina. Di queste poesie solo «L’arvulu de Natale» e «Consigli a nu fiju» sono datate, rispettivamente 1983 e 1991. Forse a Giannini non passò mai per la testa di pubblicare l’intero corpus delle sue poesie, cui dava – o almeno sembrava dare – scarsa o nulla importanza. Per questo forse definì le sue poesie in dialetto galatinese (lo sono quasi tutte, eccetto pochissime in lingua italiana, che si contano sulle dita di una mano) "Pindinguli", "Zaranguli" e "Scisciariculi".


La poesia è "meno che niente"

"Pindingulu" vale per il Rohlfs (ad vocem) frangia, pendaglio, ossia ciò che è inutile, a cui non si assegna alcuna funzione essenziale, ornamento di cui si potrebbe fare a meno (...). Nell’accezione in cui viene comunemente usato l termine ha valore negativo, come accessorio di poco conto, orpello inutile, ecc. Giannini lo usa, oltre che nel titolo, una sola volta, in un testo del 1983 dal titolo «L’arvuru di Natale», dove i "pindinguli" stanno ad indicare degli addobbi che si appendono all’albero di Natale. Sul termine "zaranguli" il Rohlfs non mi è d’aiuto e neppure il Garrisi (Dizionario Leccese-Italiano): entrambi non riportano la voce; ma a Galatina è conosciuta la voce "zarangu", usata nell’espressione "Nu n’aggiu ssaggiatu mancu zarangu", che vale "Non ho mangiato neanche niente". "Zarangu" è un "niente", e "zaranguli", il suo diminutivo, è un meno che niente (Piero Vinsper docet). Il titolo "Pindinguli" e "Zaranguli" nell’insieme varrebbe "pendagli e cose da nulla", una sorta di dittologia con cui il poeta ha voluto designare la materia dei suoi versi.

Il secondo titolo, "Scisciariculi", significa propriamente fiori di camomilla (si veda anche qui il Rohlfs, ad vocem), una pianta molto comune nelle nostre campagne, che vale poco a causa della sua facile reperibilità e abbondanza. In senso traslato, il termine è usato per indicare oggetti tanto comuni da non avere alcun valore (vedi la frase dialettale: "Ce bbindi, scisciariculi?", "Cosa vendi, merce senza valore?"). Pure questo termine non compare nelle poesie, se non nel titolo di uno dei due fascicoli. Credo che dal significato dei titoli che Giannini volle dare alle sue poesie emerga chiaramente la volontà del poeta di presentare il suo lavoro in modo semplice e dimesso, come un "corpus" di composizioni di poco conto e senza valore.


Poesia son le cose

Indubbiamente, diminuire il tono della propria poesia può essere un buon modo per captare la benevolenza del lettore-ascoltatore, per avvicinarlo alla poesia. In essa i protagonisti sono gli oggetti spesso desueti della nostra quotidianità o di quella dei nostri padri. Questi oggetti e strumenti, ma possono essere anche piante e animali, ci parlano di se stessi e ci raccontano la loro storia proprio nel momento in cui essa è definitivamente conclusa, cioè quando essi sono resi inservibili dalla comparsa di una nuova tecnologia oppure di nuove usanze e modi di pensare indotti dalla modernità. Si pensi alla poesia «Lu Stricaturu», nella quale assistiamo ad un dialogo serrato tra un ormai consunto "stricaturu", ovvero l’asse su cui le donne lavavano i panni, e la moderna lavatrice; oppure alla poesia «La presunzione», nella quale discutono un plebeo "zangone" e una nobile "cicureddha", con la rivincita finale dello "zangone"; e ancora il dibattito tra la lancetta dei minuti e quella delle ore in «Le lancette dell’oruloggiu»; e in «Na busta dicìa», dove appunto prende la parola una busta per lettera; e «L’apparenza», in cui gareggiano in superiorità un pozzo e una cisterna; e in «Dignità e superbia», dove la disputa è tra il vecchio cavallo e il nuovo trattore; e gli esempi potrebbero continuare.



Giannini utilizza in tutti questi casi una figura retorica che i professori chiamano prosopopea o personificazione, consistente nell’ animare l’inanimato, ovvero nel dare la parola agli oggetti, alle piante e agli animali che naturalmente ne sono privi. Le cose desuete sembrano svegliarsi dal torpore in cui la nostra incuria le ha confinate e prendersi la rivincita nei confronti degli uomini, ridotti per una volta al silenzio. Gli oggetti, le piante, gli animali, come nella favola antica, nella poesia di Giannini parlano, ma non contro gli uomini, ma degli uomini e per gli uomini. Così, per riprendere gli esempi su menzionati, raccontano l’avvento del nuovo e rimpiangono l’antico (la lavatrice e lu stricaturu ne «Lu stricaturu»), stigmatizzano la presunzione di chi crede di essere nobile e superiore agli altri (la cicureddhra e lu zangone ne «La presunzione»), rivendicano l’eguaglianza di tutti dinanzi alla morte («Le lancette dell’orologgiu»), la durezza della vita e la necessità di mantenersi onesti («Na busta dicìa»), l’inganno delle apparenze (il vecchio pozzo e la cisterna nuova ne «L’apparenza»), la dignità di chi ha lavorato con dedizione e la superbia di chi incarna una facile idea di progresso (il cavallo e il trattore a confronto in «Dignità e superbia»)...


L'esito morale

Come si comprende da questi pochi esempi, la poesia di Giannini ha sempre un esito di natura morale, poiché veicola degli insegnamenti utili all’uomo, che servono alla sua edificazione morale. Tuttavia questo fine, col suo contenuto didascalico e gnomico, non sovrasta mai e non si impone al lettore in modo pedantesco, come unica ragione del testo, bensì è sempre presentato come la conclusione logica di una storia narrata naturalmente con una verve scrittoria che non esitiamo ad avvicinare alla “licenza fescennina” della letteratura arcaica romana. L’equivoco, il lazzo osceno e lùbrico, la battuta salace, l’allusione sessuale, la strizzata d’occhio complice, il motto arguto e impudico, la battuta sguaiata e popolaresca che erano propri dei fescennini antichi, sono anche le costanti modalità espressive della poesia dialettale di Giannini, che affida ad esse l’efficacia del racconto, la sua immediata ricevibilità. Non si perda mai di vista il summenzionato contesto conviviale in cui Giannini recita le sue poesie e, appunto, l’oralità della comunicazione tra il poeta e il suo pubblico. (...) Il nostro lettore ha già capito entro quali termini si muove la poesia di Giannini, ovvero tra morale della favola e espressionismo popolaresco, di un popolo che non ha peli sulla lingua e riconduce ogni cosa alla corporalità di cui siamo fatti.

Ma la cifra che identifica meglio la poesia di Giannini, a mio avviso, è un’altra, ed è riscontrabile nel grande senso di nostalgia, sempre ben controllato, che aleggia in alcune composizioni poetiche come «La votte de lu tata», in cui il poeta racconta la triste fine di una botte, o «La cazzarola», surclassata dalla moderna pentola a pressione (identica situazione narrata in «Dignità e superbia» e ne «Lu stricaturu», di cui si è già detto). In realtà il rimpianto d’un mondo contadino ormai definitivamente tramontato, ripensato come un’età dell’oro lontana e perduta, pervade tutto il corpus poetico di Giannini, divenendo la sua motivazione principale. (...)


Dolersi del "progresso"

È bene notare che, accanto al rimpianto del passato, non c’è in Giannini un pregiudiziale rifiuto del presente, bensì una considerazione piuttosto dolente del “progresso”, che ha portato con sé la fine dei valori nel rispetto dei quali egli è stato educato: la frugalità del vivere, la sincerità, il culto del focolare domestico e del duro lavoro in campagna, ecc. Tutto questo è ormai passato e Giannini lo sa. Ma al suo posto non è nata una società migliore, bensì un mondo in cui l’ingiustizia la fa da padrone, in cui i farabutti sono mescolati alle persone perbene. (...) Le recriminazioni contro un mondo ingiusto sono presenti spesso nelle composizioni di Giannini come contenuto fondamentale della sua moralità. Che fare, dunque, contro questo mondo malvagio?

A questo mondo così ingiusto il poeta reagisce nel solo modo in cui un poeta può reagire, ovvero assegnando alla scrittura poetica il compito di recuperare e riproporre i valori del passato, secondo modalità che un giorno la madre gli ha insegnato. (...) Col cuore ha scritto sempre Giannini, col cuore del popolo, utilizzando il nostro dialetto - sempre ravvivato dalla rima -, uno strumento linguistico che è riuscito a padroneggiare con grande spontaneità e che gli ha permesso di rimpiangere il passato senza farsi travolgere dalla nostalgia, bilanciando sempre situazioni favolose, di cui fu ricca la sua capacità inventiva, e sana antica morale, fondata su un senso innato della giustizia. Questo ha fatto Giannini, ha respinto l’ingiustizia del mondo con quell’arguzia e quell’umorismo di cui dicono siano ricche le genti salentine. Per questo motivo, i suoi familiari, gli amici e i concittadini lo ricordano e lo ricorderanno anche in futuro.

venerdì 9 dicembre 2011

Diventare "ortesi"

Scritture meridiane Anna Maria Ortese
di Santa Scioscio

"Per me il nome di Anna Maria Ortese è “Corpo Celeste”. Quando l’ho conosciuta era un inverno condiviso, nella sala lettura del DCA. Incomprensibile nello smarrimento, il corpo celeste sembrava un inspiegabile sospiro, e irraggiungibile nella lontananza che deglutisce. In fondo era solo una lettura e un ascolto che mi imponevo. La lettura condivisa riscaldava e apriva il suono della possibilità… quella di silenzi, che fossero lontani dalla scena dell’impronta nello specchio; la voce del vissuto altrui descritto in quelle righe si faceva pian piano possibilità di credere in speranza. La curiosità muove, così la fedeltà all’essere donna, me!

Così il silenzio, da quella scrittura, mi ha fatta “più” e tinta di celeste… di un cielo squarciato di possibilità. Per me il nome di Anna Maria Ortese è Corpo Celeste: “ortese” è il suo masticare la quotidianità, “ortesi” gli orecchi di conchiglia spiaggiata che raccolgono e raccolgono, e tengono finché il vento non respira dentro e mi semina la voglia di viaggiare nell’incontro. Ortese è tutto ciò che accade fuori e dentro, che è mai dimenticato, è tutto ciò che lucidamente rapito è restituito con atto di intera fedeltà

Mi tuffo nella lettura solo come chi ha paura del mare sa fare, esattamente come un sogno, nel concreto spingersi verso altezze più elevate, più claustrofobiche, più... Dove si respira il canto seminatore. Ogni parola letta è un passo in su, ogni seme è trapiantato, innestato alla volta di un’ondata di schiuma bianca bianca, che porta più in là con “la lente scura” che intravede il passato, e l’attuale, nello scherno nostro, che intravede malinconia e vergogna… “ortesi” sono gli occhi che vedono attraverso la lente scura; e scrutatori sono i luoghi che cercano lo sguardo, denudando le frontiere dell’apparenza. Gli occhi sono concretezza di inchiesta, riempimento fotografico, calore vicino, illimitato fascino di ascolto è “la lente scura”.

***

Corpo Celeste”, libro di Anna Maria Ortese, edito da Adelphi, “racchiude scritti che vanno dal 1974 al 1989 meditazioni, memorie, conversazioni, illuminanti della loro trasparente ragione questa terra "perché non sia più quel luogo buio e perduto che a molti appare", e anche perché Ortese abita luoghi lontani dalle risse del mondo, solitario, indomabile folletto di percorsi di foresta e di acque cristalline, creatura di luce e orizzonti incontaminati, il cui sguardo d'acqua bagna le rive esauste della terra in una rivisitazione che ne coglie l'immane ingiustizia”.